laboratorioNel lavoro di ricerca teatrale visiva e plastica, l’artista sperimenta uno stile arborescente che si sviluppa su piani comunicativi e formali diversi, un cammino stilistico che spazia dal corpo, alla parola, alla pittura e alle arti visive.

Una concezione di un’arte che non racconta ma condivide, non chiude le forme e i significati, ma cerca ciò che è vivo nella sua bellezza contraddittoria del tragico e del sublime. Non mette in scena lo spettatore come spettatore ma come viandante all’incontro di un accadimento. L’opera non impone di fermarsi ma induce eventualmente alla pausa.

Il segno grafia della scena, quella scena mitica, che l’artista ri-crea formalmente come scena iniziatica, come sequenza di stazioni di un cammino artistico spirituale.

Lo sguardo e la scena, il corpo e la parola, l’oggetto e il tempo, l’opera e lo spettatore: rappresentazione o rito?

Il corpo dell’attore è plastico e dialoga con gli elementi che compongono l’opera: l’oggetto, la pittura e l’immagine si animano in questa dimensione spazio temporale, tempo d’azione del dialogo del corpo con l’oggetto e della parola con lo spazio. La parola si iscrive nella scena: pagina bianca dell’immaginario dello spettatore che compone la propria opera con gli elementi che fluttuano nello spazio-tempo del rito comune.

Un linguaggio che riguarda la visione come rivelazione: una visione rituale condivisa con lo spettatore. Un linguaggio che si abbandona alla creazione, senza linee definite o messaggi da comunicare, come interrogazione e spazio aperto.

Gli spazi architettonici convenzionali sono ribaltati (la divisione ben definita  scena-platea, la condizione fisica di posto seduto stabilito, di buio e di silenzio, la passività dello spettatore): lo spettatore è libero di fermarsi o andarsene, attraversare o soffermarsi dentro o fuori lo spazio della scena, non è chiesto il silenzio e non è imposto un punto di vista ma ciascuno è libero di scegliersi il proprio. Cambiando la propria posizione l’opera ci osserva in modo diverso.

L’attore crea, più che interpreta, rivela ciò che accade, condivide con lo spettatore l’esperienza, in un rapporto unico che riguarda il dialogo intimo con l’opera che ha di fronte. L’attore si ritira, come l’artista si ritira muto dietro l’opera: per lasciare spazio, cogliere il movimento della vita e creare altro da se che è l’opera stessa. Questa esperienza personale, non richiede un tempo stabilito o la necessaria visione della totalità della durata dell’azione (con un inizio e una fine). In questa esperienza la visione di un attimo può essere altrettanto coinvolgente: ripugnante per taluni o folgorante per altri. La costruzione e la dimensione del tempo sono variabili e lasciano aperta la scena. Così come davanti alle Nozze di Cana del Tintoretto per certi spettatori è affascinante passare ore ad osservare i dettagli intraprendendo un immaginifico viaggio, per altri basta uno sguardo a volo d’uccello per sorvolare questo immenso mondo nella sua totalità.